venerdì 11 dicembre 2009

Un gruppo per Facebook

Come potete leggere nei post precedenti dei blog, credo fermamente che un pagano debba chiarire a sé stesso e agli altri perché si sente pagano, cosa sono per lui gli dei, quali sono le sue idee pagane, insomma. Con i blog gratuiti, i siti, i social network chiunque può, basta la volontà e si può anche cominciare dalle piccole cose. Ma è importante farlo perché comunque l'assenza di dogmi e verità assolute sono una prerogativa base del paganesimo e la sua differenza massima nei confronti dei monoteismi. Ma le differenze anche tra pagani vanno spiegate. Non basta leggere un libro di Cunningham, tanto per fare un nome, e seguirlo alla lettera per essere pagani. Bisogna pensare da pagani, e i pagani pensano. Per spronare ancora di più tutti quanti ho creato un gruppo su Facebook, Paganesimo Attivo. Proprio oggi che è il giorno in cui Giuliano cominciava la sua restaurazione del paganesimo.

domenica 25 ottobre 2009

Una distinzione fondamentale tra paganesimo e cristianesimo

Il cristianesimo ha il concetto di perdono. Con il perdono di dio, ottenuto per i cattolici con la confessione, c’è un colpo di spugna: tutto viene cancellato e se c’è una vittima, anch’essa deve perdonare per volontà di dio. Nel cattolicesimo in particolare, basta la giusta combinazione di preghiere comminate dal prete in confessione (e, in tempi in cui la chiesa aveva più potere, qualche soldino). Dopo il perdono, l’anima è pulita. La disciplina della chiesa, che, volenti o nolenti, è quella che determina il cristianesimo, con buona pace dei numerosi cristiani autarchici, preti compresi, che introducono proprie variazioni, non prevede altro: il perdono di dio è sufficiente.
Il paganesimo ha il concetto di espiazione. Leggete i miti: ad un’azione, come ci dice la fisica moderna, corrisponde una reazione uguale e contraria. Chi commette un’azione non lecita deve espiarla: deve fare cioè una serie di azioni che gli permettano di ritrovare sé stesso. Non dipende dagli dei. Dipende da lui. Tocca a chi ha sbagliato dimostrare con i fatti e non con le parole, che accetta le conseguenze di ciò che ha commesso ed è disponibile ad affrontarle. Non è detto che sia pentito: ma affronta ciò che accade, ripara se quello è il modo di espiare, altrimenti trova un’altra strada, ma sempre con la forza di chi costruisce il proprio futuro.

domenica 16 agosto 2009

Il paganesimo non si può scindere da chi lo pratica e racconta

Sto preparando le nuove puntate per il podcast di miti del Giorno Pagano Europeo della Memoria, che riassume, un mito alla volta, le metamorfosi di Ovidio. Così ho avuto l’occasione di constatare ancora una volta come nel paganesimo, al contrario delle religioni monoteiste, non basti leggere il mito ma considerare anche la persona che lo racconta. In Ovidio quasi tutti gli amori degli dei sono stupri; per tutte le Metamorfosi ci sono dei infoiati, con Giove in testa, che zompano addosso alle ragazze. Ma questa è la visione di Ovidio, che era anche il poeta delle opere amorose in cui si sosteneva che la violenza è gradita alle fanciulle.
Questo che vedete sotto è invece un vaso greco, che raffigura l’amore tra Zeus e Leda


Non so voi, ma io lo trovo tenero, e ben lontano dal concetto di stupro.
Purtroppo facciamo evidentemente ancora fatica a staccarci dal concetto di libro sacro: perché Ovidio ha fatto una raccolta di miti non significa che non li abbia scelti, modellati e interpretati secondo i propri gusti e le proprie idee. Così anche per Esiodo, grande misogino, il cui odio per le donne è oggi riconosciuto come una caratteristica personale e non della sua società. Invece dovremmo tenere presente che dietro il racconto di un mito non c’è solo una società, ma anche una persona, che vive il proprio paganesimo, senza libri sacri, ma con valori condivisi con la società (cosa possibile per le società antiche, che nascevano pagane con tutto quello che ne consegue) e idee personali, che rientravano ugualmente nella costruzione del proprio paganesimo. Il poeta o l’artista scelgono di raccontarci un preciso mito in una certa maniera: lo consideriamo già valido per gli autori moderni, dovremmo farlo anche per gli antichi.

venerdì 17 luglio 2009

Politeismo e psiche

"La complessità politeistica greca allude alle nostre complicate e inesplorate situazioni psichiche"



James Hillman, Saggio su Pan, Milano, Adelphi, 1972, p. 14

martedì 14 luglio 2009

Oggi sciopero

http://dirittoallarete.ning.com/

sabato 11 luglio 2009

Borges e il crepuscolo degli dèi

Ho cominciato a leggere un libro, La sopravvivenza degli antichi dei, di Jean Seznec (Bollati Boringhieri, 2008). Tralascio la spiegazione dell’argomento del libro (magari, ma lo dico sempre e poi lo faccio dopo un po’ di tempo, metterò la recensione sul blog di Ritorno ad Alessandria) per arrivare subito al dunque, a quello che mi ha colpito. Alla fine della presentazione del libro, firmata da Salvatore Settis c’è una citazione da L’artefice di Jorge Luis Borges:
Il luogo era la facoltà di Lettere e Filosofia; l’ora, il crepuscolo. Tutto (come suole accadere nei sogni) era indistinto; le cose erano leggermente alterate e come ingrandite. Leggevamo auctoritates; io parlavo con Pedro Henrìquez Ureña (…) Bruscamente, ci stordì un clamore, di manifestazione o di musici ambulanti. Grida umane e animali giungevano dal Basso. Una voce gridò: “Vengono!”, e poi “Gli dei! Gli dei!” Quattro o cinque esseri uscirono dalla turba e occuparono la pedana dell’aula magna. Tutti applaudimmo, piangendo; erano gli dei che tornavano, dopo un esilio di secoli. Ingigantiti dalla pedana, la testa gettata all’indietro e il petto in fuori, ricevettero superbi il nostro omaggio. Uno reggeva un ramo, che senza dubbio si addiceva alla semplice botanica dei sogni; un altro, con largo gesto, protendeva una mano che era un artiglio; una delle facce di Giano guardava con diffidenza il becco ricurvo di Thoth. Forse eccitato dai nostri applausi, uno, non so più quale, proruppe in uno strido vittorioso, incredibilmente aspro, qualcosa tra il gargarismo e il fischio. Le cose, da quel momento, cambiarono.
Tutto cominciò col sospetto (che forse era eccessivo) che gli dei non sapessero parlare. Secoli di vita fuggitiva e ferina avevano atrofizzato quello che in essi c’era di umano; la luna dell’Islam e la croce di Roma erano state implacabili con questi profughi. Fronti basse, denti gialli, baffi radi di mulatti o cinesi e musi bestiali rendevano evidente la degenerazione della stirpe olimpica. Le loro vesti non corrispondevano a una povertà decorosa e onesta, ma al lusso deplorevole delle bische e dei lupanari dei bassifondi. A un occhiello rosseggiava un garofano sanguigno; sotto una giacca attillata s’indovinava la sporgenza di un pugnale. Bruscamente, sentimmo che giocavano l’ultima carta, che erano astuti, ignoranti e crudeli come vecchi animali da preda e che, se ci fossimo lasciati vincere dalla paura o dalla compassione, avrebbero finito col distruggerci.
Estraemmo le pesanti rivoltelle (d’improvviso ci furono rivoltelle nel sogno) e gioiosamente demmo morte agli dei.

La scena è un sogno e come ben si sa nei sogni proiettiamo le nostre emozioni e qualche volta lo facciamo anche sulle persone. Il sogno di Borges ben si presta ad una lettura pagana, sul rapporto tra uomini e dei.
L’uomo di oggi non è in grado, leggo io in Borges, di rapportarsi con gli dei. L’uomo di Borges è chiuso nella lettura delle auctoritates, in latino le autorità, cioè i libri autorevoli. Si dice di autori e opere che sono particolarmente importanti in una certa materia, ma nel Medioevo si trattava di autori e opere contenenti la verità sul mondo. La Bibbia era l’auctoritas per eccellenza. Così quando gli dei arrivano gli uomini stanno cercando e discutendo una verità sul mondo senza sperimentare il mondo; all’arrivo degli dei, nessuno di questi studenti scende a vedere che succede. Cinque dei salgono sulla pedana della cattedra e vengono omaggiati, ma in realtà nessuno si mette in relazione con loro. E quando uno degli dei, Pan probabilmente, lancia il suo grido, nessuno lo capisce più. A questo gli studenti non erano preparati e anzi pensano che gli dei non sappiano parlare. Ma sono loro che non sanno parlare o gli uomini che non li sanno ascoltare? Sono loro che hanno perso le caratteristiche umane o sono gli uomini che non li hanno più vissuti?
L’errore è stato di metterli in cattedra: al richiamo degli dei, al loro fragore, gli studenti, simbolo dell’umanità, non scendono a vederli, ma li aspettano in aula e li mettono su un piedistallo, aspettando da loro la rivelazione che prima cercavano nei libri (e faccio notare che sono tutti divinità maschili). Ma se la religione greca è, come diceva Walter F. Otto, religione della realtà, perché è nella realtà circostante che si ha la teofania, l’apparizione degli dei, che si percepiscono nelle e attraverso le forze del mondo, discorso che può essere esteso a tutte le religioni pagane, allora questi dei che Borges vede in sogno su una cattedra dell’università sono al posto sbagliato. L’umanità che pure vorrebbe recuperarli non è in grado di recuperare gli dei, ma solo la loro forma e una forma “corrotta” da “la luna dell’Islam e la croce di Roma”. La religione monoteista prima e le nazioni monoteiste poi hanno piegato la forma degli dei ai loro scopi, demonizzandoli in parte (alcuni dei hanno “musi bestiali”) e utilizzandoli come allegorie nel migliore dei casi, arricchendone la forma di significati ma appesantendola con significati non propri: ecco il “lusso deplorevole” di cui gli dei sono vestiti, il garofano, il pugnale, che possono anche essere interpretati in altro modo, nel senso cioè che appaiono come il monoteismo li ha dipinti, come immagini del vizio, o, ancora, come immagine della violenza con cui gli dei appaiono agli uomini, una violenza che però in questo contesto può essere espressa solo in senso monoteista (non la forza con cui le onde del mare si infrangono sulla scogliera, ma la violenza assassina, il pugnale). Essi non sono più gli dei degli antichi, ma anche l’umanità non è più la stessa. Ma mentre gli dei si sono in parte adattati alla società (hanno facce “mulatte”), gli uomini non sono in grado di rapportarsi ad essi come ci si dovrebbe rapportare con le forze del mondo. Del resto, chiusi nell’università, che mondo avrebbero potuto sperimentare? E così trattano gli dei come il dio cristiano, che viene posto su un piedistallo, al di sopra di tutti e da cui ci si aspetta rivelazione e giudizio. Quello di sostituire un dio con molti dei è un pericolo reale nel paganesimo attuale, che può essere scongiurato solo con la comprensione della profonda differenza tra quel dio e gli dei pagani, cosa che alcuni pagani tendono a trascurare temendo forse di eccedere nella teoria a scapito della vita, ma così perpetrando la separazione tra mente e corpo che dovrebbe essere più tipica delle religioni monoteiste.
E’ nei confronti del dio monoteista che si prova paura; è nella religione monoteista che si prova compassione ma nel senso di commiserazione, di pietà nel senso peggiore del termine, la pietà sterile, non nel senso latino della parola che indica il rispetto verso gli dei così come verso gli altri uomini. Ma mentre il dio cristiano è distante, anche gli uomini di Borges capiscono in qualche modo che questi dei non lo sono, che sono passioni ed emozioni in grado di distruggere gli uomini, se questi le affrontano con paura o con quel senso di superiorità che deriva dalla commiserazione. Ecco perché all’uomo non resta che distruggere questa immagine degli dei che si è creato (non dimentichiamo infatti che si tratta di un sogno e tutto ciò che sogniamo è una nostra proiezione) e questa azione viene fatta con gioia e senza averla desunta da qualcuna delle auctoritates che gli studenti leggevano all’inizio. Si spara agli dei, o meglio a quella loro immagine, non perché le auctoritates dicono di farlo, ma come scelta deliberata basata su un istinto, un’emozione, una percezione che nasce dentro gli uomini. Ma gli dei qui rappresentano appunto le passioni, le emozioni, perciò gli uomini, sparando alla falsa immagine degli dei, in realtà scelgono in favore dei veri dei, quelli che vivono nei loro cuori e in nome di ciò agiscono.
Un pagano dovrebbe allo stesso modo rifiutare l’immagine degli dei che gli viene proposta dal monoteismo e scoprire la vera natura degli dei pagani, non importa a quale tradizione pagana appartengano. Un’altra interpretazione che si può dare a tutto il sogno è che quegli dei così conformati a quello che il mondo monoteista (la luna, la croce, ma anche gli studenti che li mettono sul piedistallo in attesa della rivelazione) e così trasformati da esso non siano altro che il tentativo del monoteismo stesso di sopravvivere in altre forme, conservando la sostanza del monoteismo (la rivelazione, la dipendenza dal divino, la paura e, in definitiva, la distruzione del futuro del genere umano) anche se non la forma.
Comunque sia, con quello sparo, gli dei vincono. Sempre che l’umanità non si ostini a trovare qualcos’altro da mettere sul piedistallo invece di vivere.

domenica 19 aprile 2009

Pagani e libri / 2

Senza nulla togliere alla Gimbutas, alla Murray, a Walter Otto, a Kerenyi a Dumezil e a tutti coloro che hanno effettivamente dato un contributo notevole alla nascita del paganesimo moderno, bisogna comunque collocarli nella loro epoca. In un prossimo post tornerò ancora sull'argomento, parlando di un libro di Walter Otto che ho scovato nella mia biblioteca (scritto nel 1923 e pubblicato in Italia per la prima volta nel 1976). In sostanza, anche questi autori si basavano sulle evidenze di cui erano in possesso all'epoca, alcune delle quali sono state superate dopo: Marja Gimbutas sapeva all'epoca che i Kurgan avevano una società patriarcale e che erano aggressivi e bellicosi. In seguito sono state trovate tombe di donne guerriere e numerose fortificazioni difensive e non offensive della stessa popolazione; si è scoperto che guerre tra popolazioni avvenivano anche prima dell'arrivo degli Indoeuropei questo però spesso i pagani che si rifanno alla Gimbutas non lo sanno e proseguono imperterriti a parlare di una religione femminile pacifica soverchiata da una maschile bellicosa.
La colpa non è mica tutta dei pagani: è anche colpa del mondo accademico che tiene per sé le sue scoperte, cercando di fare una specie di èlite e difendendosi dicendo che "tanto alla gente queste cose non interessano", argomento ampiamente contraddetto dal successo delle conferenze di Andrea Carandini a Roma. I libri pubblicati sono di difficile reperimento, sono molto costosi e non tutti possono accedere a una biblioteca universitaria, dal momento che quelle civiche si concentrano sul grande pubblico e preferiscono acquistare magari qualche copia in più del romanzo del momento (anche se non si dovrebbe sottovalutare la sezione locale che quasi tutte le biblioteche civiche hanno e che magari raccoglie pubblicazione della regione o della provincia altrettanto introvabili). Però comunque non si può fare di un autore una bibbia, lo ripeto.
D'altro lato, mancano oggi nel panorama pagano delle teorie che possano reggere il confronto: forse perché oggi il paganesimo è diventato più immediato e perché spesso si rifiuta l'elemento intellettuale. Tuttavia, non essendo noi isolati dal mondo, siamo costretti a confrontarci con esso, non possiamo lasciare che a farlo per noi siano i bignami o i manuali in stile "wicca per negati". Secondo me è urgente che ogni pagano dia voce, e anche forte, al proprio paganesimo. Una delle caratteristiche fondamentali del paganesimo è il politeismo e la pluralità di voci e un bel modo di segnalarlo anche verso il mondo esterno sarebbe proprio questo.